Via Saragat

Specchio e luci.
In bagno mi guardo e i riflessi arrivano cattivi: la pelle con le rughe, la carnagione grigia; la luce negli occhi la ricordo solo col cuore, chissà dove l’ho persa.
Sono giorni che non esco di casa: Tano, l’uomo che mia figlia è riuscita a trovarmi per un aiuto giornaliero, è passato stamattina, di corsa. “Se non ha bisogno di niente, scappo, che ho ben tre figli che oggi iniziano la scuola.”
Vai, vai, Tano. E che vadano anche i tuoi figli. Li conosco: Matteo, Simone e Chiara. Ne parli tutti i giorni. Matteo è in terza elementare, Simone in seconda media e Chiara inizierà quest’anno la sua avventura al liceo.
Quanto orgoglio nella tua voce. La scuola rende orgogliosi. Io mi illudo che la cultura apra le porte. Le mie rimangono chiuse. Sono solo, vecchio, brontolone, pieno di dolori e anche di rabbia perché non ce la faccio più ad andare a sedermi sulla panchina in fondo a Via Saragat, là nello slargo. C’è il verde e c’è la panchina, e una volta c’era il Gianni, che si sedeva con me. Due parole, dieci minuti di presenza e poi ognuno a casa sua.
Ora io sono vecchio (ma lo ero anche due settimane fa, solo che non glielo volevo far vedere, al Gianni) e la panchina è vuota.
Cosa scendo a fare? E poi stamattina c’è tutto ‘sto trambusto di bambini che corrono ma non troppo, che vorrebbero abbracciarsi ma non lo fanno, che hanno mascherine linde e nuove che le vedo dalla finestra.
Meno male che con la Rina abbiamo scelto un appartamento a pian terreno. Così guardo fuori e anche se me ne sto a casa, la vita arriva fin qui.
Mi affaccio. C’è ancora un bel sole caldo. Amo il caldo. Mi sembra che le ossa si ammorbidiscano, che il calore sciolga il dolore. Illusione! Ma tanto, ormai vivo solo di quelle.
Guardo la via: una mamma col passeggino e altri due bambini, uno col monopattino (e uno zaino più grande di lui) e uno in bicicletta che sfreccia e va e corre e scappa e ride e chiama: “Paolo guarda, guardami Paolo, guardami che oggi non mi vedi per tante ore!” E via, a correre, via, su e giù dagli scivoli del marciapiede, via, lontano dalla mamma e da Paolo e poi torna e poi scappa e poi chiama: “Mamma, mamma, Paolo, Paolo!”
“Torna subito qui, Marco!”
E io lì, a godermi lo spettacolo.

Racconto di Antonella Zanca

 

È bella la via Saragat. È vicina alla via Nenni e alla via La Malfa. Io me li ricordo tutti, quelli lì. Ora sono delle vie, una volta erano uomini. E che uomini.
Guardo Marco e Paolo. Guardo la loro mamma. Mi piace stare alla finestra, al sole. Magari mi va via un po’ di grigio della pelle. E domani potrei chiedere a Tano di accompagnarmi a fare due passi